domenica 7 gennaio 2018

In silenzio




ROMA 2015 - TRASTEVERE


E’ come un povero che non ha mangiato da tre giorni e i suoi abiti sono stracciati e così egli appare davanti al re; ha forse bisogno di dire cosa desidera? Così sta il fedele davanti a Dio, egli stesso è una preghiera.

 
 (Martin Buber - I racconti di Chassidim)

venerdì 5 gennaio 2018

Epifania in immagini: The Family of Man


C’era una volta, e c’è ancora, un antico castello.
Non voglio raccontarvi  una favola. Non voglio proporvi una di quelle fantastiche storielle per bambini che hanno il potere magico di incantare occhi e mente con immagini raccontate e ritratte dai colori accesi della fantasia.
Ma a pensarci bene è una quasi-favola anche la mia!
Il castello ce l’abbiamo: è quello di Clervaux nel Lussemburgo.
Uno sperduto paesino che quando arrivi ti sale il dubbio di aver sbagliato treno.
Poi capisci che in un posto come quello è nascosta una favola in bianco e nero che inaspettatamente ti si impone, tuo malgrado.
Il protagonista è un fotografo lussemburghese, Edward Steichen, che dell’eroe delle favole aveva tutte le caratteristiche: idee ambiziose, caparbietà,  forza di volontà, amore per l’essere umano.
E. Steichen riesce, in quasi tre anni, a raccogliere oltre due milioni di fotografie da ogni angolo della terra che richiamano ad un unico tema: l’uomo e la sua grande famiglia mondiale.
Qual è la “missione” che Steichen impone a se stesso e ai suoi collaboratori? Creare, come si fa, o meglio come si faceva prima dell’avvento del digitale, un grande album fotografico di famiglia che ne raccontasse la storia dall’inizio alla fine.
Detto così può apparire al quanto banale! In realtà l’album, alla fine, è venuto fuori composto da 503 fotografie di 273 fotografi di 68 paesi diversi: il contenitore è appunto il castello di cui si parlava. Ma ciò che più impressiona è la capacità di questo album di diventare, quando ci passi fisicamente dentro, una epifania di luce che non ha niente da invidiare al percorso che fecero i re Magi a suo tempo.
Questo per dire, e ribadire con forza, che la fede nell’umanità che anima Steichen è stata capace di fargli scrivere una parola profetica di speranza: chi entra in quelle sale, se ci va con l’atteggiamento di momentanea sospensione della caterva dei propri cliché, è invaso da un percorso da sfogliare pagina per pagina con la voglia di arrivare in fondo e scoprire come va a finire. Che poi è ciò di cui si ha bisogno: quell’ultima parola che ricapitola, quell’idea che amplia gli orizzonti, un messaggio dentro cui far stare la tua vita in sintonia con tutti gli altri.
Intanto dovete sapere che le dimensioni delle foto sono diversificate: la grandezza delle stampe varia da 24 x 36 cm a 300 x 400 cm e ciò non disturba affatto. Semmai crea dinamicità di percorso:  si impone, richiama, fa entrare e sostare e poi sbalzare lo sguardo altrove e ti costringe ad avvicinare fino a toccare con la punta del naso…come accade nella realtà, che ti sbatte in faccia  le sue infinite  sfaccettature.
Il percorso, poi, è talmente semplice, poiché ripercorre l’esistenza di ognuno di noi, che ti meravigli di quanto questo “ovvio” diventi imbarazzante per il fatto che non sia riconosciuto come tale, che l’essere umano non sia guardato, accolto, abbracciato nello stesso modo in qualunque posto della terra.
C’è un inizio, in questo album, uguale per tutti, che parte da due che, in qualunque posto della terra, si innamorano; due che, con qualunque rito, si unisco e generano figli, che poi crescono nel gioco, nell’istruzione, con la musica, con lo sport, in compagnia o da soli, con amorevolezza o nelle prepotenze, negli agi o nella povertà, in Occidente o in Oriente. E le fotografie, sala dopo sala, ci parlano ed entrano in immediato contatto empatico con il visitatore, e si può vedere e sentire ciò che non siamo ma che terribilmente ci assomiglia.
Poi il viaggio dell’umanità continua con il lavoro di tutti i giorni, nei campi, in ufficio, come minatori o come costruttori, nelle vesti di schiavi o di padroni, tra fatiche e momenti di svago: si sa, c’è chi va a teatro e chi suona in solitario per strada.
E c’è la morte: naturale  o imposta con violenza, il dolore, la disperazione, le mancanze, l’odio e la rassegnazione. E c’è la fede: la speranza di qualunque forma, l’inginocchiarsi e il tentare di capire.
Ma c’è sempre l’Uomo: ogni fotografia ritrae sempre l’Uomo.
Come è scritto all’inizio del percorso:

 
C’è solo un uomo nel mondo
e il suo nome è Tutti gli Uomini.
C’è solo una donna nel mondo
e il suo nome è Tutte le Donne.
C’è solo un bambino nel mondo
e il nome del bambino è Tutti i Bambini.

 
Volete sapere come finisce la storia?
Entri nell’ultima sala e vieni sommersa da foto di bambini festanti, allegri, quasi esageratamente felici, che ti scendono dall’alto, appesi a dei fili, da ogni lato, in modo quasi scomposto ed intrecciato da far girar la testa.
Il ritorno all’Infanzia è l’ultima parola: epifania di un tempo illuminato che sa solo di umanità non rinnegata.

 E Dio disse, sia la luce.

 


 

Come ogni favola che si rispetti, la morale può sapere di “utopico”.
A mio avviso è una questione “visiva”.

 
- Che cosa vedete adesso?
- Globi di rosso, giallo, porpora.
- Un momento! E adesso?
- Mio padre e mia madre e le mie sorelle
- Sì. E adesso?
- Cavalieri in armi, belle donne, visi gentili.
- Provate questa.
- Un campo di grano - una città.
- Benissimo! E adesso?
- Una donna giovane e angeli chini su di lei.
- Una lente più forte! E adesso?
- Molte donne dagli occhi vivi e labbra schiuse.
- Provate queste.
- Soltanto un bicchiere sul tavolo.
- Oh, capisco! Provate questa lente!
- Soltanto uno spazio vuoto, non vedo nulla in particolare.
- Bene, adesso!
- Pini, un lago, un cielo d’estate.
- Questa va meglio. E adesso?
- Un libro.
- Leggetemi una pagina.
- Non posso. Gli occhi mi sfuggono al di là della pagina.
- Provate questa lente.
- Abissi d’aria.
- Ottima! E adesso?
- Luce, soltanto luce che trasforma il mondo in un giocattolo.
- Benissimo, faremo gli occhiali così.

(E. Lee Masters)
 
 
Maria Concetta Bomba

 

 

 

martedì 2 gennaio 2018

Il palcoscenico




Il teatro non è il paese della realtà : ci sono alberi di cartone, palazzi di tela, un cielo di cartapesta, diamanti di vetro, oro di carta stagnola, il rosso sulla guancia, un sole che esce da sotto terra. Ma è il paese del vero: ci sono cuori umani dietro le quinte, cuori umani nella sala, cuori umani sul palco.

(Victor Hugo)

lunedì 25 dicembre 2017

natale 2017



-Il Natale cristiano dovrebbe essere il "sacramento" del "kairòs dei kairon" - "l'evento degli eventi": chiese spoglie e nude, senza un fiore, senza addobbi, senza nulla che non sia immagine della "kenòsis-abbassamento", niente canti e tanto meno nenie e ninne nanne, presepi e "Gesù bambini" paurosamente occidentali, riccioluti, biondi con occhi celesti, più svedesi che palestinesi, più finti bambolotti che ebrei. La grande mistificazione, il grande tradimento. Non si può annunciare il "mistero" del Natale tra canti e feste, abbracci e baci perché il festeggiato è un profugo, un emigrante, uno che fugge dalla polizia di Erode che lo cerca non per rimpatriarlo ma per ammazzarlo, uno che deve ancora nascere ed è costretto a lottare per sopravvivere.-
 
Paolo Farinella

sabato 12 agosto 2017

VICINANZA ESTREMA



 
La solitudine non è vivere da soli, la solitudine è il non essere capaci di fare compagnia a qualcuno o a qualcosa che sta dentro di noi, la solitudine non è un albero in mezzo a una pianura dove ci sia solo lui, è la distanza tra la linfa profonda e la corteccia, tra la foglia e la radice. 
José Saramago
 
da PensieriParole

martedì 2 agosto 2016

mercoledì 28 ottobre 2015

martedì 4 agosto 2015

Sulle tracce di H. Cartier Bresson



E poi vai a Scanno!
Certo, sai da sempre che sta lì, bella, particolare, con il suo lago, le sue pietre, i suoi orafi, i suoi costumi.
Ma sai anche che in quel paesino ci sono donne, poche ormai, che si ostinano ad indossare lunghe e larghe gonne dallo sfondo rigorosamente nero (o perlomeno scuro al punto tale da non riuscire a distinguerlo a sufficienza dal nero!); donne alle quali stilisti e case di moda gli fanno un baffo, fiere come sono a rimanere fedeli fino alla morte ad una tradizione che le vuole vestite in quel modo, e in quel modo soltanto.
Capita, poi, che ti appassioni di fotografia: quella in bianco e nero ti seduce in modo particolare!
Henry Cartier Bresson lo vedi e ri-vedi, lo sfogli, ne analizzi i particolari stampati, ti sbalordisce, ti interroga, ti ossessiona e poi lo “copi”; e così lo cerchi e vai a Scanno.
Perché a Scanno Bresson ci è stato. E l’ha fotografata. L’ha fotografata in un modo che ogni fotografo, vero o presunto che sia, si mette lì a caccia di quelle prospettive immortalate dal Maestro, per riprodurle con testardaggine estrema.
Il turista apprezza senz’altro la bellezza del lago, con i suoi colori talmente accesi da sembrare irreali: il verde, il blu, l’azzurro, creano sfumature di un effetto accattivante.
Ma il fotografo corre subito su in paese. E va dritto in Piazza San Rocco. Tappa obbligata, per cominciare. Là trova una targa: come a dire “qui ci sono passati due grandi con la macchinetta fotografica al collo. Vedi se sai fare di meglio!”
Di meglio certamente non sai fare. Ciò nonostante sali caparbiamente quei gradini, ti posizioni esattamente come Bresson, scatti, controlli, scatti ancora, continui a confrontare, la tua foto, quella di Bresson, altri scatti…Sei deluso da quel che hai prodotto poiché la distanza dall’originale è abissale. E’ sempre abissale. Per chiunque. Continui il giro di Scanno, cerchi una, almeno una di quelle donne “vestite di nero”.
Ad un certo punto spunta fuori. Sempre, ad un certo punto, almeno una spunta fuori.
E si scatena un fuoco di “clik” talmente imbarazzante che quasi metteresti via la macchinetta per evitare di far parte di quella schiera di “invasori” fotografanti.
La realtà è che Scanno è bella esattamente come lo era agli occhi di Bresson. A prescindere da Bresson.
CIò che ti spinge ad andare, e ad andare ancora, innumerevoli volte, è quel sapore di “immortalità” che ormai la sovrasta: poco importa se le tue foto riproducono spaccati già visti e fotografati in mille salse.
Unico, rimane, lo sguardo che hai poggiato su ogni angolo: tuo, e solo tuo, è stato il percorso che ti ha mosso a ricerca di un rapporto intimo e personale.
Non da solo. A Scanno non cammini mai da solo.
Puoi starci fisicamente solo tu, ma non procedi solo.
Gli scatti visti ce li hai tutti negli occhi: ne hai piene le pupille. Ma non è un male.
E’ il “pieno” che ti porti dietro: e ti fa vedere quello che da solo non avresti visto; e ti fa trovare quello che altri non hanno visto ancora.
 
Concetta Bomba

venerdì 5 giugno 2015

TEGLIO 2015...AFFRESCHIAMO ANCHE L'ARIA!!!

 

Treglio.
22 gennaio 2015.
Un sequestro.
Anzi due.
 Inceneritore e sansificio.
 Non ne potevamo più.
 Tra ansia, disgusto, timori, preoccupazioni, paura (tanta), si andava avanti: mai rassegnati.
 Poi la gioia: debitamente contenuta.
 Gli impianti sono ancora lì.
 Fermi,  è vero.
Non abbassiamo la guardia; siamo stati bene in questo periodo, tranquilli, più sereni, nell’assenza totale di odori disgustosi e nella rilassatezza di chi sa che, certamente, fumi nocivi, in circolazione, non potevano esserci.
 I ragazzi della classe V hanno deciso di riprendere il discorso: ne abbiamo parlato nuovamente, si sono organizzati e hanno voluto lasciare un segno!
 Hanno intervistato la gente del paese: il NO INCENERITORE si ripeteva come un ritornello.
 Hanno provato ad immaginare una possibile soluzione.
 Le strutture sequestrate sono ancora lì, ma la maggior parte della gente non vuole più vederle in funzione.
 Allora ne hanno ipotizzato un uso diverso: la fantasia dei bambini fa il suo corso…
Treglio.
4 giugno 2015.
Ed ecco che dal tubo di metallo vedono improvvisamente fuoriuscire fiori, profumi, note musicali: un’esplosione di colori che magicamente è in grado di affrescare anche l’aria!