mercoledì 29 aprile 2009

Pace...

..il desiderio dell'essere umano, lo stesso desiderio di Dio...essere sorretti da una mano amica...


"Chiama piano"

(P. Bertoli, F. Concato)



Ascolta:
come sono vicine le campane!
Vedi: i pioppi, nel viale, si protendono
per abbracciarne il suono. Ogni rintocco
è una carezza fonda, un vellutato
manto di pace, sceso dalla notte
ad avvolger la casa e la mia vita.
Ogni cosa, d'intorno, è grande e ombrosa
come tutti i ricordi dell'infanzia.
Dammi la mano: so quanto ha doluto,
sotto i miei baci, la tua mano. Dammela.
Questa sera non m'ardono le labbra.
Camminiamo così: la strada è lunga.
Leggo per un gran tratto nel futuro
come sul foglio che mi sta dinnanzi:
poi, la visione cade bruscamente
nel buio dell'ignoto, come questa
pagina bianca, che si rompe, netta,
sul panno scuro della scrivania.
Ma vieni: camminiamo: anche l'ignoto
non mi spaventa, se ti son vicina.
Tu mi fai buona e bianca come un bimbo
che dice le preghiere e s'addormenta.

lunedì 27 aprile 2009

L’ORGOGLIO SPIRITUALE


L’accostamento “filosofia-Teresa di Lisieux” può sembrare ardimentoso sia per la filosofia stessa che ricerca nel rigore di argomentazioni “intelligibili”, che per Teresa, il cui linguaggio è talmente “banale” da far scappare a gambe elevate l’illuminato pensatore. Se Cartesio predilige la figura del filosofo “dubbioso”, che rade al suolo l’intero edificio della conoscenza per ricostruire da zero, con un colpo di autofondazione, Teresa, dal canto suo, se ne sta in disparte dalle dispute filosofiche, eppure è lì silenziosamente a consolare chi, dal dubbio del Cogito, è rimasto a mani vuote.
Leggendo gli Atti di un Convegno Internazionale svoltosi a Lisieux nel 1996 in occasione del Centenario della morte di Teresa di Gesù Bambino, mi è capitato un saggio che propone un confronto di questo tipo (Nuit de la foit et doute philosophique). L’autore, Henri Hude, filosofo e professore di metafisica a Parigi, intravede nell’orgoglio dello spirito il male che serpeggia nella filosofia dei nostri tempi. Ma non bisogna essere dei filosofi o degli appassionati del ragionamento razionale per sviluppare il germe di tale “peccato”! Seguendo l’analisi del nostro studioso possiamo chiarirci subito che l’orgoglio dello spirito è, innanzitutto, negare il fine naturale della ragione che consiste nella conoscenza di ciò che è, di ciò che esiste; è, poi, pretesa di ricominciare daccapo, “come se non fossimo figli ed eredi”; è volersi rendere indipendenti da tutto ciò che ci ha preceduto e ci circonda; è costituire se stessi come autorità suprema in ogni argomentazione; è non ammettere nulla che sorpassa la nostra ragione, come se fosse la misura assoluta di ciò che può essere e di ciò che non può essere. “L’orgoglio dello spirito considera come una situazione di normalità per lo spirito il non rivolgersi all’Assoluto, il non conversale con Lui e il non consultarlo in nulla. Ma non contemplare Dio in ogni cosa e nemmeno cercarlo in ogni cosa, è sufficiente per finire di cercare se stessi in ogni cosa e di contemplare se stessi e, in fondo, si diviene il tutto”. E non ci vuole molto a capire che una tale situazione di autodivinizzazione non riguarda solo la filosofia! Quanti arroccamenti sulle proprie costruzioni mentali impediscono anche solo il semplice atto di accostamento tra uomini trasformati da “cercatori della verità” in “fantocci di divinità”.
Da una parte, dunque, c’è, in maniera dilagante, l’orgoglio dello spirito; dall’altra parte, poi, c’è la piccola via di Teresa che, con spirito critico e realista, dà voce alla ragione che cerca seguendo la sua stessa natura che desidera la verità: “canto semplicemente ciò che voglio credere” (MC 7 v°). L’atto di fede, il “voler credere” in un Dio non identificabile con il proprio orgoglioso “io”, diviene in Teresa l’atto stesso della ragione che, per onestà intellettuale, riconosce il suo intrinseco bisogno di “vero”, visto e contemplato nell’alterità dell’essere: “la contemplazione si fa nell’amore, il rispetto dell’oggettività del vero è un aspetto della purezza dell’amore che si unisce a ciò che esiste rispettandone la sua integrità”(H. Hude).
Per questo Teresa, attanagliata dalla notte della fede, può ribadire con la forza che le viene dal suo fiducioso abbandono tra le braccia del Padre: “canto semplicemente ciò che voglio credere”! A dispetto dell’orgoglio spirituale che non vuol dipendere da nulla, che si crea da se stesso per imporsi come sovrano e che finisce, molto presto, per essere invaso dall’angoscia.
Sottolinea il nostro filosofo: “poiché tutto ciò che esiste indipendentemente da noi ci sembra di troppo e ci rattrista, anche se tutto ciò ha un senso e ci fa segno. Noi rigettiamo questa immediatezza dell’essere, noi detestiamo una tale alterità che ci impedisce di credere che noi diventeremo l’intera realtà”. E così assistiamo ad un continuo affannarsi per riuscire, per imporre la propria persona e la propria opera e “l’angoscia ha paura di non ottenere salvezza prima di morire”, di non raggiungere quel “paradiso” minuziosamente progettato su misura del proprio ego. Ancora Teresa porta consolazione: “il Buon Dio non ha bisogno di nessuno per far del bene”(MC 3 v°), espressione forte da non interpretare come una sorta di atteggiamento quietista che sprona ad attendere ridicolmente a braccia conserte il continuo intervento miracolistico di Dio! E’ piuttosto un invito a divenire detronizzatori di se stessi, debellatori delle proprie verità autoconfezionate, ascoltatori della realtà. Contemplatori dell’essere, umili collaboratori del Regno: “servi inutili”.

M. Concetta Bomba

venerdì 24 aprile 2009

Tra cielo e terra...


Immaginate un angelo, stufo di guardare dall'alto, che decide di calarsi nella realtà e di osservarla ad altezza d'occhio...







...immaginate una qualunque creatura terrestre nel suo incessante tentativo di "volare" e di sperimentare la leggerezza del cielo...




...immaginate un incontro tra i due...

...l'angelo poggia i piedi per terra e tende una corda alla creatura terrestre e la fa roteare sospesa, leggera, verso l'alto...


«La voce degli angeli non giungerà agli uomini piegati sotto un carico pesante. La voce li circonderà come vento e strapperà i vestiti sopra i loro cuori. Li farà barcollare, li getterà a terra, li solleverà. E li muoverà come non si sono mai mossi, li agiterà come le onde del mare, li riempirà come gli abissi. Li trascinerà con sé, li porterà via dalla casa e dalla patria, li abbandonerà su isole, li farà fiorire a dare frutti su isole lontane. E terrorizzati dalla morte, li attirerà su navi beccheggianti e in capanne su cui imperversano tempeste. Li salverà proprio sul punto della morte quotidiana e li proteggerà dalla fine, affinché ci siano occhi per guardare il bambino d’oro nato dalla Vergine. E guiderà gli occhi a vedere. Porterà il loro volto innanzi a un altro volto. Guiderà le loro mani a una nobile povertà e i loro piedi su paglia morbida e luminosa. E li accoglierà dopo il cammino con balsami e cristalli di rocca. Allontanerà la polvere dai loro abiti affinché tornino splendenti. Cheterà il loro turbamento, e prenderà il bastone ancora caldo dalle loro mani per farne un albero da frutto e un albero ombroso sopra la culla del mondo ».

(R. M. Rilke, Diario, 29 settembre 1900)

giovedì 23 aprile 2009

SEGNALAZIONI BIBLIOGRAFICHE

"IL CASTELLO DELL'ANIMA"
Centro Studi "Edith Stein"- Lanciano 15-04-09

Carla Busato Barbaglio (a cura), I mille volti di Gesù. Edizioni Dehoniane Bologna 2009, pp. 148, Euro 11,90. Si tratta degli atti dell’incontro tenutosi il 29 e 30 marzo 2008 nella Facoltà valdese di Teologia, e per la precisione nella Chiesa attigua, a causa dell’elevato numero di partecipanti, in ricordo di Giuseppe Barbaglio, ad un anno di distanza dalla sua morte. “I lavori si sono svolti in tre momenti. Il primo dedicato all’itinerario di studio percorso da Giuseppe Barbaglio sulla figura di Gesù; su questo hanno parlato alcuni colleghi e amici, che hanno condiviso con lui studi e passione per il testo. Il secondo dedicato allo sforzo che la tradizione cristiana e i gruppi di lettura da lui animati hanno fatto nell’appropriarsi della figura di Gesù. Il terzo è dedicato al problema di Gesù via di salvezza in sé e in riferimento alle altre religioni, trattato da un professore di teologia sistematica, Claude Geffrè, con un’impostazione che aveva tanto impressionato Giuseppe Barbaglio, al momento in cui l’aveva ascoltato in un convegno di studio”. Il titolo del convegno riprende quello del libro a cui Barbaglio stava scrivendo, I mille volti di Gesù. Un libro stimolante, particolarmente nella quarta parte, in cui è affrontato il tema del pluralismo religioso.
Andrea Vaccaro, L’ultimo esorcismo. Filosofie dell’immortalità terrena. Edizioni Dehoniane Bologna 2009, pp. 154, Euro 14,60. “Esorcizzare la morte è l’ultima tendenza della filosofia contemporanea. Fino a ieri, voleva dire privatizzarla, renderla socialmente invisibile, farne un tabù, mascherarla sotto i cento sinonimi. Oggi, la morte significa prospettare la possibilità che non ci riguardi, che essa non raggiunga l’essere umano fino al Big Crunch o al Giorno del Giudizio”. In altre parole il sogno coltivato con sempre più convinzione, sulla scorta delle acquisizioni della scienza contemporanea, è il sogno dell’immortalità terrena. Pertanto se ieri “era la morte l’unica certezza nella vita dell’uomo; oggi sembra essere l’immortalità terrena ad assurgere come inevitabile”.
Philip F. Esler (a cura), Israele antico e scienze sociali. Paideia Editrice Brescia 2009, pp. 388. Euro 39,80. Ad eccezione dei primi due “i saggi raccolti in questo volume riprendono contributi presentati al colloquio di St. Andrews sull’interpretazione dell’Antico Testamento e le scienze sociali, tenuto al St. Mary’s College dell’Università di St. Andrews in Scozia, dal 30 giugno al 4 luglio 2004”. Questa raccolta di saggi traccia un bilancio sulla ricerca ormai trentennale relativa agli scritti dell’Antico Testamento “esaminati nella prospettiva delle scienze sociali, dall’antropologia e l’antropologia sociale all’etnologia, dagli studi sul rito e gli stati estatici all’organizzazione sociale e politica delle società antiche, dalla linguistica alla narratologia”. Il saggio di apertura del libro di Philip F. Eisler, I modelli delle scienze sociali nell’interpretazione biblica, è “una breve difesa dei modelli delle scienze sociali nell’interpretazione biblica contro i loro dotti detrattori”, fornendoci una giusta chiave di accesso agli studi delle successive parti.
Anselm Gruen, Perché il mondo sia trasformato. Le sette opere di misericordia. Editrice Queriniana Brescia 2009, pp. 130. Euro 11,00. Per Anselm Gruen le sette opere di misericordia sono in un certo senso “un sacramento dell’agire”. “Attraverso il nostro operato misericordioso questo mondo vuole trasformarsi. L’opera di Gesù vuole proseguire benefica in questo mondo tramite il nostro agire. Nella descrizione delle opera di misericordia corporale - secondo il nostro autore -“è importante sempre vedere già anche l’aspetto spirituale. Persino le condizioni di bisogno fisico, come la fame, la sete, la nudità, hanno già sempre anche una dimensione spirituale”. Pertanto occorre vedere sempre “entrambi gli aspetti: l’agire concreto, come quello che ha presente Gesù, e il significato spirituale di ogni nostro operare concreto Le sette opere di misericordia spirituale sono nate dall’interpretazione spirituale di quelle di misericordia corporale e traspongono le parole di Gesù nella varietà delle nostre relazioni reciproche”.

mercoledì 22 aprile 2009

Ricordando don Tonino Belo

Una trasmissione dedicata al vescovo "con il grembiule" ("La Storia Siamo Noi", di Giovanni Minoli, su RAI 3- RAI Educational)...una citazione carpita ed ora estesa a tutti coloro che si nutrono di passione per gli uomini e per le donne di questa terra...





"...se tutti gli uomini fossero capaci di fare un pellegrinaggio che va dalla periferia della nostra esistenza fino al centro del nostro cuore, del nostro vissuto...dove trovano il santuario all'interno del quale potremmo riscoprire la bellezza dei volti..."


(Tonino Bello)

Dopo la Pasqua

Non esiste solo il giorno della memoria, per ricordare il crimine assoluto dello sterminio di un popolo - e che non sia stato compiuto, non rende questo sterminio meno assoluto... Il 27 di Nissan, al termine delle feste di Pèsach, da cinquant'anni si celebra Yom haShoà, come ricordo delle vittime e della loro testimonianza muta e assordante di resistenza al male e all'ingiustizia umani. Mi piace pensare che una memoria del genere, per una dramma che non ha riguardato solo il popolo della prima Alleanza, ma anche il popolo nomade dei rom e sinti, gli oppositori al regime per motivi politici o religiosi, gli/le omosessuali, i più fragili tra gli esseri umani per handicap o malattia, insomma, tutta l'umanità che non ha forza e valore secondo questo "mondo", possa servire a Israele per liberarsi dal demone della paura, e a tutti/e per fare della memoria l'inizio di una vita rinnovata e riconciliata nella pace... perché non basta una Pasqua, se poi non c'è cammino!

(M. Chagall, "Le porte del cimitero", 1917)

Poiche' l'angoscia di ciascuno è la nostra
Ancora riviviamo la tua, fanciulla scarna
Che ti sei stretta convulsamente a tua madre
Quasi volessi ripenetrare in lei
Quando al meriggio il cielo si è fatto nero.
Invano, perche' l'aria volta in veleno
È filtrata a cercarti per le finestre serrate
Della tua casa tranquilla dalle robuste pareti
Lieta già del tuo canto e del tuo timido riso.
Sono passati i secoli, la cenere si è pietrificata
A incarcerare per sempre codeste membra gentili.
Così tu rimani tra noi, contorto calco di gesso,
Agonia senza fine, terribile testimonianza
Di quanto importi agli dèi l'orgoglioso nostro seme.
Ma nulla rimane fra noi della tua lontana sorella,
Della fanciulla d'Olanda murata fra quattro mura
Che pure scrisse la sua giovinezza senza domani:
La sua cenere muta è stata dispersa dal vento,
La sua breve vita rinchiusa in un quaderno sgualcito.
Nulla rimane della scolara di Hiroshima,
Ombra confitta nel muro dalla luce di mille soli,
Vittima sacrificata sull'altare della paura.
Potenti della terra padroni di nuovi veleni,
Tristi custodi segreti del tuono definitivo,
Ci bastano d'assai le afflizioni donate dal cielo.
Prima di premere il dito, fermatevi e considerate.

(P. Levi, "La fanciulla di Pompei", 1978)

domenica 19 aprile 2009

Dedicato a Tommaso (Gv 20,19-31)...


Mi sei simpatico, Tommaso, mi sei sempre stato
simpatico!


Quella tua voglia di toccare con mano i segni del sacrificio d'amore per riuscire a credere nella speranza di un'altra vita possibile ti rende, ai miei occhi, una persona che non si accontenta, che non ci sta ad una logica di passiva accettazione di un contenuto di fede proclamato "dall'alto" con dettami, aggiunte o ritocchi creati ad hoc per veicolare una sorta di ricostruzione personalizzata piuttosto che la Verità disarmante dell'annuncio evangelico.

Hai fatto bene a non credere ai tuoi amici, discepoli del Cristo, come te. Hai fatto bene, perchè in fondo, nonostante avessero visto Gesù entrare nel luogo del loro "nascondiglio" quando tu non c'eri, avevano continuato a tenere le porte chiuse. Era stato un incontro che li spronava ad "uscire", a mettersi in cammino, ad andare incontro, ad accogliere, a perdonare, a divenire costruttori del Regno.

Eppure "otto giorni dopo" erano ancora lì, con le porte chiuse, a dimostrazione del fatto che tu, Tommaso, non eri il solo a non credere ancora...

Volevi toccare con gli occhi il Crocifisso e sei stato accontentato!

A noi ci chiamano "beati" perchè, a differenza tua, abbiamo creduto senza aver visto: ma noi, in realtà, stiamo tutti lì con te ad attendere l'ottavo giorno, come se quel giorno non fosse ancora giunto a compimento!

Eppure quante volte il Signore ci è passato accanto mostrandoci le sue mani chiodate e il suo fianco squarciato; quanti crocifissi "viventi" si stagliano davanti ai nostri occhi e non sappiamo vedere, non sappiamo riconoscere la Sua Presenza. E continuiamo a baciare crocifissi di legno...

Mi sei simpatico, Tommaso, perchè credo che tu abbia ragione: siamo gente che ha bisogno di cercare e di trovare risposte che abbiano a che fare anche con la nostra carne...

M. Concetta Bomba

sabato 18 aprile 2009

LA DIMORA DI DIO


...ho ripreso questo mio vecchio articolo, oggi, forse per un bisogno di ritrovare quella casa...

L’uomo è in cammino: cammina per vedere, per conoscere, per scoprire; cammina per crescere, per migliorare, per salire; cammina per cercare, per capire, per trovare. Il viaggio non è lineare: stanca, affatica, a volte frena e a volte sprona. Non è un peregrinare senza meta, è un avanzare che cerca una fissa dimora, un punto stabile che rassicuri e appaghi. Capita che il viaggio diventi una fuga, un continuo tagliare con il passato senza riuscire mai a raggiungere il futuro agognato; capita anche che si arresti il cammino imprigionati ad un punto che non si desidera più superare. Ogni viaggio presuppone una “casa” dalla quale si parte e alla quale si fa costantemente ritorno, quel luogo del riposo, degli affetti sicuri, dell’intimità, del sostegno reciproco, del sicuro ancoraggio. Com’è la nostra casa? Il più delle volte è un nascondiglio dentro il quale ci rintaniamo con le nostre sicurezze; un posto in cui coltiviamo i nostri progetti, dediti ai pensieri, ai desideri, ai moti del nostro io che non sa vedere al di là della propria “corteccia”, un luogo senza porte e senza finestre dal quale non si esce e dentro il quale nulla può penetrare. Abbiamo bisogno di una dimora ospitale, al cui interno poter riabbracciare ogni volta l’altro, la realtà, Dio: allora il viaggio diviene sicuro perché sostenuto e condiviso. “Una cosa ho chiesto al Signore, questa sola io cerco: abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita”(Sal. 27,4). Se questa è la fissa dimora che il cuore inquieto dell’uomo cerca, non occorre “costruirla” con le proprie mani, occorre “scoprirla”, occorre “credere che un Essere che si chiama Amore abita in noi ad ogni istante del giorno e della notte e che ci chiede di vivere in comunione con Lui” (Elisabetta della Trinità, lettera n. 284). Il luogo del nostro riposo è a portata di mano: si affrontano centinaia di chilometri per entrare in alcuni santuari con la speranza di poter sperimentare l’incontro con il Signore; “affrettati a discendere perché bisogna che oggi mi fermi nella tua casa. Il Maestro ridice incessantemente alla nostra anima queste parole che rivolgeva un giorno a Zaccheo. Affrettati a discendere. Che cosa è mai questa discesa che esige da noi, se non il penetrare più a fondo nel nostro abisso interiore?”. Parole consolanti che la beata Elisabetta ridice ad ogni cuore in tempesta. Noi siamo il più grande tra i suoi santuari, non costruito da mani d’uomo, la casa di Dio dentro cui lo Sposo attende pazientemente di elargire il suo abbraccio amoroso nell’intimità di un incontro possibile ad ogni istante. “Dimorate in me. E’ il Verbo di Dio che dà quest’ordine, che esprime questa volontà. Dimorate in me non per qualche istante, qualche ora che deve passare, ma “dimorate” in modo permanente, abituale. Dimorate in me, pregate in me, adorate in me, amate in me, soffrite in me, lavorate, agite in me. Dimorate in me per essere presenti ad ogni persona e ad ogni cosa. Penetrate sempre più in questa profondità. Questa è veramente la solitudine dove Dio vuole attrarre l’anima per parlarle”. L’invito l’abbiamo ricevuto, il luogo ci è stato indicato, ma troppo spesso ci intratteniamo nei pressi del Castello e non entriamo, ma continuiamo ad interrogare il passante di turno pur di posticipare l’atto di rinuncia a noi stessi: “non chiedete più del Maestro a nessuno sulla terra, a nessuno nel cielo, perché lui è la vostra anima e la vostra anima è lui”! (Citazioni tratte da Elisabetta della Trinità, Scritti-Come si può trovare il cielo sulla terra, ed. OCD). "


M. Concetta Bomba

(Il Castello dell'anima", 15-05-2006)


MARIA ZAMBRANO

La spagnola María Zambrano esule dalla patria per opposizione al regime franchista, e detta la “donna filosofo”, è una delle tre grandi pensatrici del secolo scorso, accanto a Hanna Arendt ed Edith Stein. Inoltrarsi nel suo pensiero filosofico sarebbe arduo, quanto in questa sede invece può catturare è scoprire come il suo pensiero si articoli e si ispiri alla grande tradizione carmelitana.
In Zambrano ritroviamo un’originale sintesi degli opposti: una rigorosità nella ricerca filosofica e un profondo sentire.
Una sua frase può essere di aiuto per comprendere:

Con la nostra speranza e il nostro amore arriviamo a partecipare della creazione, anticipando la verità nei sogni, sognando verità che ora sono menzogne, aiutando perché dal mistero la verità si sprigioni.

Zambrano ritiene che la misericordia sia incarnata in quelle donne che «hanno fatto dell’amore una filosofia di vita e della propria vita un’opera filosofica». Ci si colloca così sul versante del sapere dell’anima.
Verità, poesia, e contemplazione, in un certo qual modo, vengono a fondersi, perché tutto deve salire dalle viscere: dalla ragione poetica.
Matrici del pensiero della “donna filosofo” sono Teresa di Gesù e Giovanni della Croce; nel santo ella ritiene che la poesia

arriva a dire quanto non può essere detto, quello che essendo verità è vita, vita nell’amore, soltanto per amore.

Per Teresa il grido è eloquente:

Quanto lavoro costò a santa Teresa, di favella così sciolta e di espressione tanto chiara… parlare di sé! È possibile solo se si crede che si va a morire e che si perderà qualcosa che fu un’anima- un’anima che ci ha contenuti, dentro la quale abbiamo tenuto la nostra, respirando, movendoci e fuggendo-, se di essa bisogna dare testimonianza quando ormai non c’è più tempo, o è già arrivata la sua ora.

“Guida” di Zambrano nella scrittura poetica sono quindi i due grandi dottori del Carmelo. Con il termine “guida” Zambrano non intende qualificare delle persone, per quanto autorevoli e sante, e farle assurgere ad un rilievo assoluto, quanto piuttosto leggere in loro un’esperienza che, passata nella storia, diventa un richiamo per poter camminare insieme.
Stein e Zambrano, in modalità diverse, hanno posto al centro della loro speculazione la persona umana alla ricerca, perché sollecitata da «un interrogativo indifferibile», delle «ragioni del cuore che la ragione ancora non conosce».
Giovanni della Croce è definito «Il Mistico» e Zambrano si sofferma in modo particolare ad analizzare la sua firma. Ella afferma che il santo carmelitano nel corso della sua vita fu portatore di una caratteristica:

Niente lo possedeva e niente lo raggiungeva nell’intimo più della fiamma d’amore, e niente egli frequentava più della sorgente che sgorga nella Notte.

Ella lo ritiene un “beato”, cioè una persona che riposa «in se stesso nello stato di beatitudine, qualunque sia il suo nome specifico».
Zambrano ritiene che non si tratti di una firma che voglia vincere o imporsi nelle strutture del mondo, bensì della pura manifestazione dell’Amore di Dio che vive in lui.
Giovanni della Croce, il «fraticello incandescente», proprio perché sempre rivolto a Dio, può indicare la strada della più profonda abnegazione per giungere all’Amore.
Teresa di Gesù è una delle “Guide” che Zambrano riconosce nel tessuto culturale e spirituale della Spagna, non solo, la Nostra Santa Madre è ritenuta somma perché lasciò fra i testi guida una Guida scritta:

La più pura di tutte è Il libro delle dimore di santa Teresa, tutte le “dimore” attraverso le quali la fecero passare gli uomini e nostro Signore. Quanta carità in tutte, in quella propensione a tendere al prossimo la scala dell’esperienza faticosamente salita! Ma varrà, vale anche per noi? O non dovremmo passare attraverso tutte le nostre “dimore” per poi, un giorno prossimo alla morte, per lucidità e chiarezza, per quanto giovani, tenderla a nostra volta, quella scala, oppure andarcene senza aver lasciato la sua doppia orma: passione e conoscenza?

Quando fu insignita del premio Cervantes, nel cristallino discorso che tenne, María Zambrano non potè dimenticare Giovanni della Croce:

Anche il Cantico Spirituale, di san Giovanni della Croce, è il canto rivolto all’assenza dell’amato. Qui esplicabile, ugualmente, perchè il suo amato non è visibile. Ma nella poesia profana di questo periodo e di quello antecedente si osservava pure costantemente questo motivo dell’assenza e di continua ricerca delle orme dell’amato. La natura intera si trasforma: fiumi, alberi, prati e perfino la luce stessa conservano l’orma della presenza amata, sempre schiva e irraggiungibile. ... voglio tentare di proseguire cercando la parola perduta, la parola unica, il segreto dell’amore divino-umano. La parola talvolta segnalata dalle altre parole privilegiate, scarsamente udibili, quasi come un mormorio di colomba:
Diréis que me he perdido,
Que, andando enamorada,
Me hice perdidiza y fui ganada

SUOR CRISTIANA DOBNER OCD
MONASTERO SANTA MARIA DEL MONTE CARMELO
CONCENEDO DI BARZIO ( LECCO )

(articolo pubblicato il 31.10.06 nel periodico di informazione "Il Castello dll'anima" curato dal Centro Studi Edith Stein di Lanciano)

venerdì 17 aprile 2009

RITORNO A GERUSALEMME…



Si parte da Gerusalemme (ognuno dalla propria Gerusalemme!), un partire che è, il più delle volte, un “fuggire” dal luogo dell’incontro, da uno spazio di comunione divenuto angusto per l’esperienza di morte, di solitudine, di abbandono che travolge e spinge altrove, ancora in ricerca, senza sosta, senza la capacità di riconoscere una Compagnia.
Emmaus è il racconto di un “passaggio”: il passaggio di due discepoli di Gesù da una conoscenza frammentaria, parziale, miope di Cristo, così come l’avevano elaborata in base ad una loro limitata capacità di comprensione delle realtà che avevano vissuto, ad una conoscenza “travolgente”.
“Due di loro”, ci dice il Vangelo, due che avevano fatto parte di quella piccola comunità di credenti, in seguito ai fatti drammatici dell’arresto e della morte del Maestro, lasciano, delusi, Gerusalemme: un allontanamento che ha il sapore della sconfitta, per un sogno che sembra ormai infranto.
La loro conversazione, strada facendo, è fonte di discussione tra i due: è un voler capire l’evento della morte che sembra contrastare con la speranza di un mondo giusto. Alla base della loro delusione c’è un’immagine del Figlio di Dio artefatta, di quelle che troppo spesso il credente si costruisce nella propria mente: di un Dio, cioè, a propria immagine e somiglianza, dispensatore di favori di fronte alle incessanti richieste di benessere che impunemente chiamiamo “preghiere”.
“Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele”, confidano i due allo sconosciuto che li accosta durante il cammino. L’attesa veterotestamentaria di un Messia liberatore, che potesse restituire prestigio ad Israele manifesta l’idea di un Dio politicamente potente, inattaccabile dalla realtà di sofferenza e morte che, invece, ha avvolto Gesù.
Cristo, per questi due discepoli, è un uomo morto, nonostante la testimonianza di alcune donne che hanno trovato il sepolcro vuoto. La crocifissione è il segno tangibile di una sconfitta che non può riguardare Dio.
I due discepoli di Emmaus hanno visto un “Crocifisso”, una vittima di un sistema oppressivo incarnata nella chiesa ufficiale del tempo, il Sinedrio, che nella persona del Sommo sacerdote, aveva condannato con un regolare processo un uomo giusto. I due, però, non sono capaci di ritrovare in Cristo l’immagine del Servo sofferente che si fa carico della croce come di uno strumento di salvezza, che affronta la morte come il gesto supremo di chi si dona senza misura per la vita di un altro; come afferma P. Claudel: “tutta la sofferenza che c’è nel mondo non è la sofferenza dell’agonia, ma il dolore del parto”.
Il Risorto che affianca i due nel loro triste cammino di allontanamento, getta una luce nuova sugli eventi; Cristo risorto, che non viene riconosciuto subito, spiega loro le Scritture: abbatte in loro quell’idea di messia politico proclamando la Parola di una vita che fiorisce da un morire per amore.
I due discepoli riacquistano speranza dall’ascolto della Parola: troppo spesso chiediamo dei “segni” e la nostra fede, così, diventa arida per l’assenza di quegli interventi “miracolistici” di cui vorremmo piena la nostra esistenza. Cerchiamo un Dio alla portata delle nostre esigenze e rimaniamo in ascolto di noi stessi, precludendoci l’esperienza di un incontro che apre ad una vita nuova. Ma l’ascolto della Parola prepara i due, e noi tutti radunati intorno ad una stessa mensa, a riconoscere il Cristo nello spezzare il pane: Gesù viene riconosciuto non per le sue sembianze fisiche, Gesù viene riconosciuto per un gesto ripetibile per sempre, un gesto tanto semplice quanto impegnativo ed emblematico, il gesto del condividere il pane, del condividere la vita, del fare della propria vita un dono spezzato nella quotidianità per gli altri. Il Risorto è il Crocifisso.
Ora sì che è possibile tornare a Gerusalemme…


M. Concetta Bomba ocds


mercoledì 15 aprile 2009

In attesa che l’amico torni…





Tu non sai cosa sia la notte
sulla montagna
essere soli come la luna;
nè come sia dolce il colloquio
e l’attesa di qualcuno
mentre il vento appena vibra
alla porta socchiusa della cella.
Tu non sai cosa sia il silenzio
nè la gioia dell’usignolo
che canta, da solo nella notte;
quanto beata è la gratuità,
il non appartenersi
ed essere solo
ed essere di tutti
e nessuno lo sa o ti crede.
Tu non sai
come spunta una gemma
a primavera, e come un fiore
parla a un altro fiore
e come un sospiro
è udito dalle stelle.
E poi ancora il silenzio
e la vertigine dei pensieri,
e poi nessun pensiero
nella lunga notte,
ma solo gioia
pienezza di gioia
d’abbracciare la terra intera;
e di pregare e cantare
ma dentro, in silenzio.
Tu non sai questa voglia
di danzare
solo nella notte
dentro la chiesa,
tua nave sul mare.
E la quiete dell’anima
e la discesa nelle profondità,
e sentirti morire
di gioia
nella notte.
(David Maria Turoldo)

lunedì 13 aprile 2009

“POTRA’ COSTARCI LA VITA, MA NOI RISORGEREMO”


Matthias Grünewald, La Resurrezione


Sono due le questioni che, ora, ci interessano. Ora: in riferimento al tempo pasquale che stiamo vivendo poiché, nostro malgrado, i riti liturgici che ci sono stati proposti a partire dalla settimana santa li abbiamo celebrati, come ogni anno, in quanto il fatto della risurrezione di Cristo si è verificato e ritorna ancora a scavare nelle coscienze, anche di chi partecipa passivamente al memoriale come spettatore disattento ed annoiato. Perlomeno si ascolta nuovamente il racconto della risurrezione, che si conosce già a memoria, si riflette sull’evento “miracoloso” della scomparsa del Cristo dalla tomba e delle sue riapparizioni fugaci, qua e là, e ci si sente un po’ tutti più sollevati dal pensiero della morte, dal momento che “qualcuno”, è stato dimostrato, è riuscito ad averla vinta su di essa.
Però, dicevo, due sono le questioni che ora ci interessano: ricercare il senso della risurrezione di Gesù, giacché non pare che sia stata ancora ben compresa; sottolineare la ripercussione di tale risurrezione qui e ora, affinché abbia inizio quel necessario processo di “messa in discussione” di una mentalità bigotta che dà tutto un po’ per scontato in materia di fede. Tanto per smantellare qualche brandello di falsa o incompleta interpretazione diciamo subito con J. Sobrino: “ciò che dev’essere chiaro è che Gesù non finì la sua vita ‘compiuti i suoi anni’, ma come una ‘vittima’, e che la risurrezione non è consistita nel riportare in vita un cadavere, ma nel rendere giustizia ad una vittima. Allora l’affermazione centrale è che ‘il Risuscitato è il Crocifisso’…Non è stato risuscitato uno qualsiasi, ma Gesù di Nazaret: colui che annunciò il Regno di Dio ai poveri e li difese, colui che denunciò e smascherò gli oppressori, e perciò venne perseguitato, condannato a morte e giustiziato, e colui che in tutto ciò mantenne la sua fiducia in Dio che è Padre e la sua disponibilità alla volontà del Padre, che sempre gli si palesò come Dio, ineffabile e non manipolabile.”
Né dobbiamo evitare di sottolineare, come ci ha ben ricordato A. Torres Queiruga un po' di tempo fa, qui a Lanciano, che a condannare Gesù fu la “Chiesa” ufficiale del tempo, il Sinedrio, nella persona della sua massima autorità, il sommo sacerdote! Allora la risurrezione di Gesù non può non far venire in luce la croce alla quale fu inchiodato con un regolare processo: ed è chiaro agli occhi di chiunque che si trattò di una condanna ingiusta, tipica di ogni regime oppressivo-dittatoriale. Abbiamo, dunque, una vittima in croce; abbiamo una vittima che, però (At 2,24), Dio ha risuscitato. Allora vivere diventa sperare: innanzitutto speranza per ogni vittima della terra (J. Sobrino), che ci sarà, cioè, il riscatto da ogni ingiustizia e da ogni morte imposta.
La risurrezione di Cristo Crocifisso non può essere intesa semplicisticamente solo come “sopravvivenza” definitiva dell’essere umano, solo come vittoria sulla “morte naturale”; ben più incisiva è la speranza che essa è capace di suscitare, poiché speranza di superamento della morte ingiustamente inflitta a tutti i popoli crocifissi: “ciò che conferisce un tratto nuovo e scandaloso al messaggio cristiano della pasqua non è il fatto che un certo individuo sia risuscitato precedendo tutti gli altri, ma che a risorgere dai morti sia stato proprio costui: il condannato, l’appeso a un legno, l’abbandonato” (Moltman).
Ma la risurrezione di Gesù diviene concretamente il luogo della speranza nella misura in cui viviamo “già” come “risorti nella storia” (I. Ellacuría): e non è un fatto ovvio! Non è affatto ovvio che il cristiano viva già da risuscitato, che sappia mostrare i segni della libertà che fa andare incontro alla vita, nella sequela di Cristo liberatore, per tirare giù dalla croce, senza timore, tutti i crocifissi che attendono la realizzazione della buona novella, dell’inizio di quel Regno d’amore annunciato con il dono della propria vita dal “primogenito di morti”.
P. Casaldáliga ci aiuta a comprendere che: “nessuno può professare onestamente la propria fede in un’altra vita, risorta, se non professa verità, giustizia e libertà in questa vita, all’interno del convulso tempo della nostra caducità…Poiché risorgerò, debbo a poco a poco risorgere e provocare risurrezione…Il peggiore servizio che possiamo fare alla fede nella vita-risurrezione, che ci sarà data, è disinteressarci irresponsabilmente di questa vita militanza che ci è affidata. A ogni atto di fede nella risurrezione deve corrispondere un atto di giustizia, di servizio, di solidarietà, di amore”.
(per approfondimenti sul tema vedi: Concilium, Rivista internazionale di teologia, 5/2006)


Maria Concetta Bomba ocds


domenica 12 aprile 2009

...il calcinaccio del sepolcro vuoto...

...il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro...(Gv 20,1)






Anima mia canta e cammina,
anche tu o fedele di chissà quale fede
oppure tu uomo di nessuna fede
camminiamo insieme
e l'arida valle si metterà a fiorire.
Qualcuno,
Colui che tutti cerchiamo
ci camminerà accanto

(David Maria Turoldo)


sabato 11 aprile 2009

IL SABATO SANTO E LA SPERANZA CRISTIANA




Il sabato santo è giorno in cui la Chiesa non celebra l’eucaristia, ma “sosta presso il sepolcro del Signore, meditando la sua passione e morte” in attesa della celebrazione della “madre di tutte le veglie”, la Veglia pasquale.
Questo giorno è scandito unicamente dalla celebrazione della liturgia delle ore ed è particolarmente significativa al riguardo la seconda lettura dell’Ufficio delle letture, tratta da un’antica Omelia sul sabato santo (III secolo), in cui l’anonimo autore, con grande talento letterario e fervida immaginazione, descrive il dialogo tra Gesù, entrato nel regno dei morti, ed Adamo: “Oggi sulla terra c’è grande silenzio e solitudine. Grande silenzio perché il Re dorme: la terra è rimasta sbigottita e tace perché Dio fatto carne si è addormentato e ha svegliato coloro che da secoli dormivano. Dio è morto nella carne ed è sceso a scuotere il regno degli inferi….Svegliati, tu che dormi! Infatti io non ti ho creato perché rimanessi prigioniero dell’inferno. Risorgi dai morti. Io sono la vita dei morti. Risorgi, opera delle mie mani! Risorgi mia effige, fatta a mia immagine! Risorgi, usciamo di qui! Tu in me e io in te siamo infatti un’unica e indivisa natura”. L’evento qui descritto, la discesa agli inferi di Cristo, in cui alcuni padri della Chiesa hanno scorto il punto estremo della kenosi del Figlio di Dio, presuppone per una sua adeguata comprensione la fede nella resurrezione. Infatti – come ha scritto il teologo francese C. Duquoc - “la discesa agli inferi nel Credo apostolico non si separa dalla risurrezione, ma sottolinea al contrario la verità della vita nuova in Gesù poiché sottolinea la verità della sua morte”. Per Cristo dunque discendere agli inferi significa affrontare la morte sperando che questa sarà vinta dal Padre a vantaggio non solo del Figlio ma di tutta l’umanità, significa in altri termini “sperare contro ogni speranza che Dio affronterà l’irrimediabile”. Tale discesa “indica tanto la realtà della morte di Gesù quanto l’inaugurazione della sua vittoria sulla morte”. Difatti, proprio la “rappresentazione della discesa di Gesù nel regno della morte, non l’uscita dal sepolcro come in Occidente, è per le chiese orientali l’autentica icona pasquale. Nella discesa fra i morti e nella conseguente eliminazione di tutta la mancanza di relazioni dell’oscuro regno dei morti si manifesta, infatti, tutta la forza della potenza della risurrezione di Cristo. Anzi, per il grande teologo, Hans Urs von Balthasar questa discesa di Gesù nel regno della morte è addirittura il motivo più profondo della speranza universale. Il Figlio di Dio, essendo, infatti, penetrato proprio lì dove è il posto il peccatore, cioè nel luogo della mancanza di relazioni, della solitudine e della lontananza da Dio, abbraccia con il suo amore anche coloro che sono più lontani da Dio. In tal modo le pote degli inferi si spalancano, sono costrette ad aprirsi alla forza di Cristo che comunica una nuova vita e un nuovo futuro”(G. Greshake). Cristo ha sconfitto la morte mediante la sua morte che è essenzialmente solidarietà con la condizione dell’uomo fino alla condivisione del suo stato di morte. Secondo Karl Rahner “Gesù ha gustato il nostro stato di morte. Vi è disceso, ha toccato il fondo del nostro essere e si è sprofondato nel suo abisso incommensurabile. Poiché egli vi si lasciò andare abbandonandosi nelle mani del Padre suo, sperimentò l’ingresso nel mistero infinito di questo amore eterno come uno sprofondarsi in maniera anonima nelle tenebre della morte, nel vero stato di morte”. Da tale punto di vista il sabato santo è il giorno della speranza, poiché “confessare che Gesù è disceso agli inferi equivale a confessare un evento salvifico che illumina anche oggi la situazione dell’uomo davanti a Dio e lo distoglie dalla perdizione” (C. Duquoc). La liturgia bizantina invita in questo giorno al silenzio: “resti muto ogni mortale e stia con timore e tremore; non mediti alcunché di terreno”. Allora il sabato santo è per tutti noi un richiamo all’essenziale, alla contemplazione, fuggendo la chiacchiera quotidiana e l’affaccendamento mondano in cui non c’è posto per il silenzio dove rientrare in se stessi per consegnare la propria fragilità all’amore di Dio. Il sabato santo è traversato dalla domanda sul futuro, nel crollo di tutte le certezze, nell’apparente trionfo del male con la morte in croce di Gesù. Siamo dunque sollecitati in questo giorno ad una profonda riflessione sul senso del vivere e del morire. La morte è un evento che oggi si tende ad esorcizzare, a non prendere in considerazione. E’ la paura che spesso ci afferra di fronte alla percezione bruciante della finitudine umana, insuperabile dentro lo spazio della potenza manipolativa dispiegata dalla tecno-scienza e che si accompagna spesso all’incapacità di pensare un’ulteriorità rispetto all’ambito dell’empirico. Solo il mistero pasquale può aprire alla speranza, proprio quella speranza che in una società dominata dal mito dell’efficienza e in cui tutto è misurato sul metro del fare, del conseguire qualcosa, del produrre, è ritenuta inutile, vuota. Solo la fede nella risurrezione può illuminare le notti oscure della vita, la disperazione che finisce per sovrastarci quando ci scontriamo non solo con la caducità inscritta nella nostra carne ma anche con il male (politico, sociale, economico etc) che sembra dominare la scena del mondo. La disperazione mortale non può essere l’ultima parola sull’uomo, così come la violenza del potere non può essere il sigillo definitivo sul corso della storia. La memoria della Passione del Signore ci dona uno sguardo diverso sulle vicende umane, spingendoci alla solidarietà con gli uomini e i popoli crocifissi dall’impero del denaro e facendoci entrare nella loro passione fino al dono della vita, con la certezza che la notte del peccato è vinta dalla luce della Pasqua di Cristo e che il silenzio di Dio prelude alla Gloria della Parusia.
AMEDEO GUERRIERE

...la durezza di una pietra...

...Pilato concesse la salma a Giuseppe. Egli allora, comprato un lenzuolo, lo depose dalla croce, lo avvolse con il lenzuolo e lo mise in un sepolcro scavato nella roccia" (Mc 15, 45-46)...



PIETA'

Ora la mia sciagura è compiuta e senza nome
mi ricolma. Rigida sono come è rigido
l'interno di una pietra.
Dura come sono, so soltanto una cosa:
tu crescesti-
...e crescesti
per sporgere come un dolore troppo grande
oltre il limitare
del mio cuore.
Ora giaci traverso sul mio grembo,
ora non posso più io
partorirti.

(Rainer Maria Rilke, Vita di Maria)


venerdì 10 aprile 2009

...il legno della croce...




...Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria madre di Cléopa e Maria di Màgdala (Gv 18, 25)...


Ed ecco apparire il martirio
come unico volto della verità,
il ritratto dell'uomo che si macera
e si abbevera di insulti
a una foce di sangue.
"Comunque in mezzo a tanto scompenso,
a tanto disordine,
a tanta incredulità,
io e te, madre, viaggiavamo soli
verso la perdizione assoluta, verso l'amore."

(A. Merini, Poema della croce)


giovedì 9 aprile 2009

...un pezzo di pane...


Cerezo Barredo, En la Cena ecológica del Reino


...Il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: "Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me" (1 Cor 11, 23-24)...

"Chi di noi madri, chi di noi amanti, al contatto con il corpo del proprio figlio neonato o del proprio uomo non ha sentito il bisogno prepotente di farsene cibo? Chi di noi madri non ha desiderato di poter assorbire di nuovo quelle carni uscite da noi? Chi di noi amanti non ha nell’amplesso d’amore segnato con i denti il corpo del proprio uomo o della propria donna? "Ti mangerei di baci…" Chi non ha detto o sentito questa frase? Unire a sé l’amato in un’unione di assorbimento totale; divenire cibo, trasformarsi in vita; divenire nutrimento reciproco per vivere insieme nell’unione più completa, ancora più completa di quelle sessuale."
(M. C. Jacobelli, Il Risus paschalis)

Pésah/Pasqua

Nel cuore del mese di Nisan, due giorni sono dedicati da Israele alla memoria dell'evento fondante la proprie esperienza di popolo liberato, quella Pésah/Pasqua che, come rito perenne, rende tutti trasformati dal soffio del Risorto e liberati dalla Parola che rende veri...
Con le parole di Erri De Luca, anche questo giorno sia inizio di un cammino di cose fatte nuove, nel chiarore lunare di un tempo pieno e atteso...

(M. Chagall, "Exodus", 1952-66)

Pasqua è voce del verbo ebraico "pésah", passare.
Non è festa per residenti, ma per migratori che si affrettano al viaggio. Da non credente vedo le persone di fede così, non impiantate in un centro della loro certezza, ma continuamente in movimento sulle piste. Chi crede è in cerca di un rinnovo quotidiano dell'energia di credere, scruta perciò ogni segno di presenza.
Chi crede, insegue, perseguita il creatore costringendolo a manifestarsi. Perciò vedo chi crede come uno che sta sempre su un suo "pésah", passaggio. Mentre con generosità si attribuisce al non credente un suo cammino di ricerca, è piuttosto vero che il non credente è chi non parte mai, chi non s'azzarda nell'altrove assetato del credente.
Ogni volta che è Pasqua, urto contro la doppia notizia delle Scritture Sacre, l'uscita dall'Egitto e il patibolo romano della croce piantata sopra Gerusalemme.
Sono due scatti verso l'ignoto. Il primo è un tuffo nel deserto per agguantare un'altra terra e una nuova libertà. Il secondo è il salto mortale oltre il corpo e la vita uccisa, verso una più integrale resurrezione. Pasqua/pésah è sbaraglio prescritto, unico azzardo sicuro perché affidato alla perfetta fede di giungere.
Inciampo e resto fermo, il Sinai e il Golgota non sono scalabili da uno come me, che pure in vita sua ha salito e sale cime celebri e immense. Restano inaccessibili le alture della fede.
Allora sia Pasqua, piena, per voi che fabbricate passaggi dove ci sono muli e sbarramenti, per voi apertori di brecce, saltatori ad ostacoli, corrieri, atleti della parola "pace".

mercoledì 8 aprile 2009

...un catino pieno d'acqua...

"...si alzò da tavola, depose le vesti, prese un asciugamano e se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell'acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l'asciugamano di cui si era cinto" (Gv 13, 4-5)



"Se Giuda è il simbolo di chi nella vita ha sbagliato in modo pesante, il gesto di Cristo curvo sui suoi piedi ci richiama a rivedere giudizi e comportamenti nei riguardi di coloro che secondo gli schemi mentali in commercio sono andati a finire sui binari morti di una esistenza fallimentare. Di chi è finito fuori strada per colpa propria o per malizia altrui. Di chi ha calpestato i sentimenti più puri. Di chi ha ripagato la tenerezza con l’ingratitudine più nera. Di chi ha deviato dalle rotte della fedeltà promessa. Di chi ha infranto le regole di una amicizia giurata. Di chi ha spezzato i legami di una comunione antica. Di chi non ce l’ha fatta a seguire Gesù fino al calvario. Di chi dai chiarori del cenacolo è precipitato nella notte della strada. Di chi non ha avuto fortuna ed ha abdicato per debolezza o per ingenuità ai progetti della gioventù. Sui piedi di questi fratelli col divieto assoluto di sollevare lo sguardo al di sopra dei loro polpacci, noi, i protagonisti di tradimento al dettaglio e all’ingrosso, abbiamo l’obbligo di versare l’acqua tiepida della preghiera, dell’accoglienza e dell’accredito generoso di mille possibilità di ravvedimento."

(Tonino Bello, Dalla testa ai piedi)

martedì 7 aprile 2009

...dell'olio profumato...

Maria alllora, presa una libbra di olio profumato di vero nardo, assai prezioso, cosparse i piedi di Gesù... (Gv 12, 3)



"Un unguento, lo sapete, finché è conservato in un vaso, custodisce in sé la fortezza del suo profumo; ma appena viene versato o vuotato, allora diffonde il suo profumo odoroso.
Allo stesso modo, il nostro Signore e Salvatore mentre regnava in cielo con il Padre, era ignoto al mondo, sconosciuto quaggiù. Ma quando per la nostra salvezza, si è degnato di abbassarsi, scendendo dal cielo per assumere un corpo umano, allora ha sparso nel mondo la dolcezza e il profumo del suo nome".

(Cromazio di Aquileia, Discorsi 11)


lunedì 6 aprile 2009

Nella Passione


(M. Chagall, Resistenza, 1937-48)

Questa è la croce, Maria,
un vessillo di grande pace,
e si stenderà sopra tutti.
Ti lascio Giovanni,
il giovane che ha sfiorato la mia carne,
e che ha visto nell’ultima cena
la scelta del mio persecutore.
Perdono Giuda,
e perdono anche te
che sei stata rapita dall’amore.
Perdono tutti coloro che mi hanno amato
e che mi hanno fatto credere
che la carne fosse il traguardo ultimo del pensiero.
Ti lascio tutto quello che non ho avuto,
ma guardando i tuoi occhi, Maria,
che sono gonfi di pianto
e urlano senza essere sentiti,
io rivedo la mia giovinezza
e l’angoscia fugge lontana.

(A. Merini, "Poema della croce", pp. 94-97)

Ascolta e guarda: A. Merini e G. Nuti, dal "Poema della Croce" (Milano, 13 ott. 2006)

domenica 5 aprile 2009

UN PULEDRO D'ASINA...



"Andate nel villaggio di fronte a voi e subito, entrando in esso, troverete un puledro legato, sul quale nessuno è ancora salito. Slegatelo e portatelo qui" (Mc 11,2).
"Significativa è la docilità, per così dire più che naturale, di questo mite ma testardo animale a lasciarsi agghindare per portare su di sé - per la prima volta nella sua vita - il peso di una persona. Eppure non ci viene narrata nessuna difficoltà per il Signore di cavalcare questo puledro che non conosce il peso degli uomini, si dice semplicemente: "Vi salì sopra"(Mc 11,7). Nessuna resistenza e nessun bisogno -seppur minimo - di domare questo animale finora selvatico.
La domanda si pone: questo puledro è un animale particolare o è il Signore Gesù ad avere un "peso" particolare che è così "dolce e leggero" (Mt 11,30) da non generare reazioni?...
Il mistero di Cristo, per quanto ci possa sembrare esigente - e lo è - porta in sé un mistero di dolcezza e di leggerezza che il puledro sente per noi, prima di noi ma non senza di noi. Apriamo gli occhi del nostro cuore su questo segno e invece di legare cerchiamo di slegare in noi la libertà di amare, per superare quelle tensioni e resistenze che ci impediscono di vivere. Non sono il mistero di Cristo e le esigenze del suo vangelo a essere pesanti, bensì il peso del nostro rifiuto e delle nostre chiusure a rendere ogni cosa drammatica e insopportabile".
(fratel Michael Davide)


giovedì 2 aprile 2009

Un'altra sosta



Appoggiami la testa sulla spalla:
ch'io ti carezzi con un gesto lento,
come se la mia mano accompagnasse
una lunga, invisibile gugliata.
Non sul tuo capo solo: su ogni fronte
che dolga di tormento e di stanchezza
scendono queste mie carezze cieche,
come foglie ingiallite d'autunno
in una pozza che riflette il cielo.
(A. Pozzi)