IL CASTELLO DELL'ANIMA

CENTRO STUDI "EDITH STEIN " - LANCIANO 31.08.09

TERESA DI LISIEUX: LA VERA VITA DI MARIA

Quanto avrei desiderato essere sacerdote per predicare sulla Santa Vergine! Mi sarebbe bastata una sola volta per dire tutto ciò che penso a questo proposito. Avrei prima fatto capire quanto poco si conosca, in realtà la sua vita. Non bisognerebbe dire cose inverosimili che non si sanno; per esempio che, piccolissima, a tre anni, la Santa Vergine è andata al Tempio per offrirsi a Dio con sentimenti ardenti d’amore assolutamente straordinari; mentre forse vi è andata semplicemente per obbedire ai suoi genitori. E ancora perché dire, a proposito delle parole profetiche al vecchio Simeone, che la Santa Vergine a partire da quel momento ha avuto costantemente davanti agli occhi la passione di Gesù? "Una spada di dolore trapasserà la tua anima", aveva detto il vecchio. Non era dunque per il presente, lo vede bene, mia piccola Madre; era una predizione generica per l’avvenire. Perché una predica sulla Santa Vergine mi piaccia e mi faccia del bene, bisogna che veda la sua vita reale, non supposizioni sulla sua vita; e sono sicura che la sua vita reale doveva essere semplicissima. La presentano inavvicinabile, bisognerebbe mostrarla imitabile, fare risaltare le sue virtù, dire che viveva di fede come noi, darne le prove con il Vangelo dove leggiamo: "Non capirono ciò che diceva loro". E quest’altra non meno misteriosa: "I suoi genitori erano ammirati di ciò che si diceva di lui". Quest’ammirazione suppone un certo stupore, non trova, mia piccola Madre? Sappiamo bene che la Santa Vergine è la Regina del Cielo e della terra, ma è più Madre che Regina, e non bisogna dire, a causa delle sue prerogative, che eclissa la gloria di tutti i santi, come il sole al suo sorgere fa scomparire le stelle. Dio mio! Che cosa strana! Una Madre che fa scomparire la gloria dei suoi figli! Io penso tutto il contrario, credo che ella aumenterà di molto lo splendore degli eletti. E’ bene parlare delle sue prerogative, ma non bisogna dire soltanto questo, e se, in una predica, si è obbligati dall’inizio alla fine, a esclamare e a fare Ah! ah! se ne ha abbastanza! Chi sa che qualche anima non arriverebbe fino a sentire una certa distanza da una creatura tanto superiore, e non si direbbe: "Se è così, tanto vale andare a brillare come si potrà in un angolino!". Ciò che la Santa Vergine ha in più rispetto a noi, è che non poteva peccare, che era esente dalla macchia originale, ma d’altra parte ha avuto meno fortuna di noi, perché non ha avuto una Santa Vergine da amare; ed è una tale dolcezza in più per noi, e una tale dolcezza in meno per lei! Comunque ho detto nel mio Cantico: "perché ti amo, o Maria!" tutto ciò che predicherei su di lei". (s. Teresa di Gesù Bambino, Ultimi Colloqui, 21 agosto 1897)


 "MA VOI, CHI DITE CHE IO SIA?"


XXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO B

( Is 50,5-9 – Gc 2,14-18 – Mc 8,27-35)

"Ma voi, chi dite che io sia?"( Mc 8,29). E’ la domanda che Gesù, all’inizio del viaggio verso Gerusalemme, rivolge ai discepoli. A questa domanda, fondamentale non solo nel Vangelo di Marco ma in tutto il NT, segue la risposta di Pietro, "Tu sei il Cristo" (Mc 8,29), cioè il Messia, l’unto, il re che Israele attende, Colui che è inviato da Dio per regnare sul popolo d’Israele e su tutta l’umanità. Tuttavia questa risposta si rivela nel prosieguo della narrazione, alla luce della reazione di Pietro all’annuncio di Gesù della sua passione e morte, incompleta, insufficiente, poiché egli non si è ancora liberato della figura di un Messia glorioso, senza la croce. Pietro non riesce ancora a scorgere il Messia nella figura del servo sofferente (prima lettura). Nel passo evangelico di questa domenica incontriamo il primo dei tre annunci di morte e resurrezione che si trovano nella seconda parte del Vangelo di Marco: Il Figlio dell’uomo – con questo titolo Gesù si riferisce all’umile servizio affidatogli dal Padre in favore dell’umanità - dovrà soffrire molto, essere rifiutato, essere ucciso e dopo tre giorni risorgere. Gesù qui annuncia qualcosa che contrasta con l’attesa allora diffusa del Messia che avrebbe liberato Israele dalla brutale dominazione romana. La prospettiva di un Messia che vince nella sconfitta, che regna facendosi servo era difficile da accettare. Da questa difficoltà, che è anche di oggi, nasce la tentazione di rinchiudere Gesù Cristo dentro i nostri schemi ideologici, di piegarlo ai nostri desideri, perché ci riesce difficile metterci realmente dietro di lui, ovvero seguirlo sulla via della croce fino al sacrificio della vita. E ancor più insidiosa è la tentazione di lasciarci sedurre da certe ricostruzioni storiche in cui il Gesù della storia, dissociato dal Cristo della fede, è descritto soltanto come un personaggio eccezionale, ma soltanto umano che non ha nulla di divino, un personaggio comunque che appartiene al passato e che non c’entra nulla con la condizione di noi uomini del XXI secolo. Ma Gesù Cristo è sempre in mezzo a noi e ci rammenta che non si può essere suoi discepoli senza passare per la croce, la sofferenza. Non si tratta di andare – come forse ci ha insegnato una certa mentalità ascetica e doloristica - in cerca della croce, ma di prendere la croce, nella consapevolezza di essere custoditi e protetti dal Signore, che si trova già dentro la nostra vita e che è fatta di piccole e grandi difficoltà, di delusioni, di ingiustizie subite, di sofferenze fisiche e psichiche. Si tratta pure di accettare le conseguenze inevitabili dell’essere cristiani in un mondo segnato dall’iniquità e dalla menzogna e in cui i cristiani sono destinati ad essere derisi, messi in ridicolo, calunniati, perseguitati più o meno subdolamente – fatto che succede anche dalle nostre parti se leggiamo bene gli avvenimenti della cronaca politica e non – e perfino uccisi, come continua a verificarsi ancora in tante parti del mondo (India etc). Chi annuncia il Vangelo con la parola e le azioni è sempre guardato con sospetto da un mondo in cui l’amore e il dono di sé all’altro sono ritenuti pericolosi, "sovversivi", poiché mettono in questione una società basata sulla sopraffazione e l’egoismo e nella quale alla fin fine ognuno bada solo ai propri interessi: tanto peggio per chi sta male e soccombe nella lotta per la sopravvivenza. Il cristiano dà fastidio poiché introduce nella storia una novità, quella evangelica, che è paradossale ma che è l’unica in grado di dare all’uomo la gioia vera. Il paradosso sta tutto qui: è proprio perdendo la vita per amore di Gesù Cristo che l’uomo troverà la salvezza, la liberazione: "chi vorrà salvare la propria vita, la perderà: ma chi perderà la propria vita per causa mia e del vangelo, la salverà" (Mc 8,35). Non si può sfuggire a questo paradosso se si prende sul serio il cristianesimo. Detto diversamente. Perdere la vita per Gesù Cristo significa che si è pronti a tutto pur di mantenere lui, l’unica cosa necessaria. La liturgia della parola di questa domenica ci chiama ad una opzione radicale, in cui alla professione di fede deve accompagnarsi una prassi d’amore. Non bastano le parole. Una fede senza le opere non serve a nulla, "in se stessa è morta" (Gc 2,17). E’ quanto ci ricorda l’apostolo Giacomo nella sua splendida lettera, altro che "lettera di paglia", come l’ha definita Martin Lutero, che vi vedeva un’eccessiva fiducia nell’agire dell’uomo. La lettera di Giacomo dal carattere pastorale e pratico è un richiamo, sempre necessario, a non dimenticare che l’autenticità della nostra fede si decide sul terreno della capacità di amare e soccorrere il povero, colui che è nel bisogno, non ha il necessario per vivere dignitosamente. E’ questo un richiamo oggi più che mai attuale di fronte all’affermarsi della logica del profitto, di un sistema economico che rende i ricchi sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. Non solo nelle nazioni lontane da noi, ma anche nel nostro tanto osannato (terra della giustizia e della libertà) Occidente del liberismo e del capitale. Il Signore ci dia la forza per essere nel mondo testimoni del Vangelo della liberazione. ( Amedeo Guerriere)


SEGNALAZIONI BIBLIOGRAFICHE

Romano Penna, Paolo e la Chiesa di Roma. Paideia Editrice 2009, pp. 297, Euro 27,60

Un volume, in cui – come chiarisce l’autore nella Premessa- "vengono pubblicati per la prima volta in italiano alcuni studi" già apparsi in altre lingue o "anticipati rispetto a una pubblicazione successive" e il cui filo conduttore "è dato dalla vita e dal tema della chiesa delle origini, la cui specificazione romana fa solo da traino per considerazioni più ampie. L’assunto di fondo da cui muove R. Penna è che "se è vero che Paolo non si comprenderebbe appieno senza la sua relazione con la chiesa primitiva e senza i suoi legami con una serie di chiese da lui fondate, è anche vero che la riflessione cristiana sulla chiesa in generale sarebbe assolutamente monca se prescindesse dagli originali apporti della teologia paolina in materia".

Commenti