Politici d’assalto, valori in decadenza


Parlare ancora della situazione politica italiana non è un’esercitazione accademica. Anzi gli avvenimenti degli ultimi mesi ripropongono in termini ancor più pressanti l’opportunità di una lucida analisi della stessa.

Tutti abbiamo assistito sgomenti alle recenti rivelazioni relative ad alcuni episodi che hanno coinvolto personaggi politici di rilievo nazionale.

Da parte di alcuni c’è la tendenza a sottovalutarli, relegandoli nell’ambito di un privato in cui nessuno è legittimato ad entrare. “Vizi privati e pubbliche virtù”: è lo slogan ormai di moda, con cui purtroppo anche tanti cattolici sembrano essere d’accordo.

Tuttavia qui c’è un dato che non può essere ignorato poiché riguarda il futuro delle istituzioni democratiche.

Infatti, una democrazia che non può più richiamarsi ad un bagaglio di valori validi incondizionatamente, che cioè è priva di presupposti etici universalmente condivisi e non negoziabili, è destinata prima o poi a degenerare nella tirannide.

Questo rischio sembra oggi reale non solo per la democrazia italiana ma più in generale per tutte le democrazie occidentali.

La situazione in cui ci troviamo viene da lontano ed è l’esito di un processo profondo di secolarizzazione (nell’accezione negativa del termine) della società, in cui ogni riferimento alla dimensione religiosa come fonte trascendente di valori viene ritenuto un ritorno ad uno stadio di minorità di cui l’essere umano, ormai divenuto adulto, deve poter fare a meno.

I valori diventano relativi al soggetto, che li stabilisce sulla base delle proprie preferenze. La convivenza sociale viene garantita unicamente dal consenso sulle regole formali atte ad impedire che gli interessi contrapposti conducano ad uno stato di conflittualità tale da degenerare nella guerra di tutti contro tutti di hobbesiana memoria.

Secondo questa concezione la politica non mira più al bene comune ma si riduce alla codificazione e al rispetto delle norme che impediscano lo scatenarsi della violenza bruta.

Ne consegue che nell’agire politico alla passione per l’ideale subentra ultimamente la ricerca di uno spazio di potere che consenta di far valere le proprie ragioni nell’arena della lotta per il primato.

Si capisce dunque, per restare al caso italiano, perché la scena sia dominata da faccendieri, cortigiani e cortigiane, intellettuali organici e adulatori di ogni risma.

Ora il pericolo sta nel fatto che la società civile finisca per assuefarsi completamente a questo stato di degrado morale, ritenendo che la politica risolta in gestione tecnica e/o demagogica del potere ne definisca l’essenza.

Pericolo nemmeno tanto lontano quando una larga fetta dell’elettorato, che peraltro non è la maggioranza degli italiani, valuta positivamente provvedimenti legislativi ispirati esclusivamente al principio, demagogicamente utilizzato, della sicurezza del cittadino.

Si veda al riguardo la recente legge sull’immigrazione, un obbrobrio giuridico che introduce il reato di clandestinità.

Ma il rischio diventa concretissimo quando chi governa ha la possibilità di manipolare l’opinione pubblica controllando quasi totalmente i mezzi di comunicazione di massa, censurando abilmente le notizie sgradite o dando una falsa rappresentazione della situazione socio-economica italiana: un insulto ai milioni di italiani cha versano in condizioni di povertà.

C’è tuttavia un elemento che deve preoccuparci più di tutto il resto. E’ il messaggio educativo che viene veicolato, secondo cui i veri valori della vita sono quelli dei soldi, del potere, del piacere sessuale senza freni. E’ il mito dell’uomo potente, che si è fatto da sé, cui tutto è permesso e da guardare perciò con spirito di ammirazione ed emulazione. La convinzione che si va sempre più diffondendo, specialmente tra i giovani, è che nella vita contano non gli ideali, la solidarietà, la fedeltà coniugale e vocazionale, ma il potere, la carriera, l’avere tutto che quello che si desidera, poiché la felicità e la libertà stanno nel vivere senza costrizioni e vincoli morali.

Ora come si collocano i cattolici di fronte a tale situazione? Purtroppo è da registrare un silenzio quasi totale, frutto di decenni di disimpegno politico, cui ha fatto da contraltare il protagonismo di alcuni movimenti ecclesiali che hanno assicurato ai loro “adepti” posti di grande rilevanza istituzionale o quanto meno un seggio in parlamento.

Assistere ad un dibattito e udire questi “politici cattolici” parlare di dottrina sociale della Chiesa, di sussidiarietà, di centralità della persona, mentre difendono le bassezze morali della classe di governo, veramente intristisce; ma, ancor di più ci assale un senso di angoscia quando alcuni membri della gerarchia ecclesiastica fanno spudoratamente l’elogio della presunta concretezza degli uomini di governo.

Oggi la credibilità della testimonianza cristiana si misura su questo terreno. Una fede che non si traduce mai in prassi di trasformazione della realtà depone per la sua inautenticità. Il sentimentalismo devozionale del cuore è quanto di più lontano ci sia dall’annuncio evangelico. Non possiamo più restare in silenzio.

AMEDEO GUERRIERE

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