Ricostruire una sana simmetria


La Bibbia è fondamento per l’affermazione della piena dignità della donna? Storicamente la sua interpretazione ha giustificato subalternità e gerarchie proprie delle culture patriarcali nelle quali i testi sacri sono stati redatti. Ai giorni nostri, però, tenendo conto del contributo apportato dalle donne nel campo delle scienze bibliche, nonché della nuova visione antropologica legata alla considerazione dei due generi come valori assoluti ed equivalenti, è possibile una sua rilettura libera da preconcetti e intenti discriminatori?

IL CONTESTO ANDROCENTRICO
La Bibbia è considerata Il Libro della cultura occidentale. Nessun altro scritto ha esercitato un influsso così forte come la Bibbia che, per la maggior parte, affonda le proprie origini nel giudaismo e nelle culture che si affacciavano sul bacino del Mediterraneo. Questo libro ha sortito effetti enormi sulla storia dell’umanità, dall’etica al diritto, dalla filosofia all’arte; esso ha segnato non solo la formazione dei rapporti sociali, ma anche la legislazione, la formulazione delle norme morali e le questioni filosofiche sollevate in gran parte nella cultura occidentale. Soprattutto, però, Il Libro ha influito sull’identità del maschile e del femminile, delimitandone ruoli e funzioni.
Sappiamo, infatti, come i sacri testi, scritti in contesti patriarcali e incarnati nei limiti di un linguaggio umano prettamente maschile, siano stati interpretati nei secoli per giustificare dipendenza e discriminazione femminili. La creazione di Eva e la sua responsabilità in merito alla “caduta” hanno avuto un ruolo decisivo per l’elaborazione di un’antropologia asimmetrica che ha considerato la donna “secondaria” (in quanto tratta dall’uomo), nonché colpevole a motivo del peccato. La validità delle asserzioni intorno alla triplice inferiorità femminile (fisiologica, morale e giuridica), che ha posto le donne in un ruolo di secolare subalternità, trova le sue giustificazioni sulla base di discutibili letture dei testi biblici, interpretati all’interno di una cultura androcentrica che ha segnato la storia della cristianità. Ad esempio, testi come 1Cor 14,34 (“Le donne tacciano nell’assemblea”) e 1Tim 2,12 (“Non concedo a nessuna donna di insegnare, né di dettare legge all’uomo…”), attribuiti a san Paolo, hanno costituito per secoli il presupposto fondamentale per l’allontanamento della donna da qualsiasi esercizio di parola autorevole, nonché di potere all’interno delle comunità cristiane.
Il riconoscimento e l’affermazione dei diritti delle donne, finalmente – e paradossalmente – “equiparati ai diritti umani”, ha consentito che venisse alla luce, tra le altre cose, l’ormai improrogabile operazione di rilettura della Sacra Scrittura, al fine di cogliere novità e rotture contenute nel messaggio di salvezza.
A seguito dell’affermarsi degli studi biblici, è diventato chiaro come la Scrittura non possa essere usata a pretesto della marginalizzazione delle donne: nel migliore dei casi, potrebbero esserlo solo alcuni singoli brani; purtroppo, anche laddove venga meno la legittimazione biblica, ecco che ci si appella al “peso della Tradizione” che, in molti casi, risulta essere molto più forte e autorevole degli stessi testi biblici di riferimento.
È anche vero che la Bibbia ha costituito per le donne occasione di nutrimento e di liberazione, a motivo del messaggio di salvezza rivolto a tutto il genere umano e del quale le donne sono state non solo oggetto, ma anche protagoniste. La considerazione che esse hanno in alcuni libri dell’Antico Testamento nonché le parole e il comportamento di Gesù nei loro confronti favoriscono una positiva riconsiderazione della dignità femminile; del resto, il ruolo esercitato dalle donne al seguito degli apostoli ci dice di una presenza significativa di queste nel cristianesimo nascente.

DA PATRIARCHI A GENITORI
Rileggere con sensibilità nuova i testi sacri comporta una serie di conseguenze. Innanzitutto, il fatto che sia assurdo parlare di creazione subordinata della donna, dal momento che uomo e donna sono stati creati a immagine di Dio (Gen 1,26-27). Ancora, nel riferirsi alle genealogie di Israele e alla protostoria di questo popolo, la necessità di non parlare più, riduttivamente, di “patriarchi”, bensì di “genitori” d’Israele, mettendo in luce il ruolo esercitato da “matriarche” quali Sara, Rebecca e Rachele nel mutare la direzione del piano della salvezza predisposto da Dio. Significa, altresì, recuperare il ruolo delle condottiere, delle profetesse, delle sagge, delle tante protagoniste della storia sacra (Giuditta, Ester, Ruth, per fare degli esempi). Significa, poi, vedere nella Maddalena non la prostituta pentita, come erroneamente la si è voluta ritrarre, bensì l’apostola degli apostoli, l’amata discepola. Significa riconsegnare alle donne, che sono state al seguito di Gesù e di Paolo, quel ruolo di discepole e di apostole da esse svolto. Significa, insomma, operare una rilettura di tutta la Tradizione alla luce delle numerose e variegate interpretazioni offerte anche dalle stesse donne, attente assimilatrici della Parola di Dio. Quest’ultimo aspetto, sinora poco trattato, costituisce lo studio della storia dell’esegesi; esso non è soltanto finalizzato a ricostruire come la Bibbia sia stata interpretata nei confronti delle donne attraverso la predicazione, i trattati, i codici, la letteratura, l’iconografia, ma anche a tracciare le linee di una elaborazione fatta dalle donne stesse. Che rapporto hanno avuto le donne con il testo sacro? Come hanno interiorizzato il messaggio di salvezza? Che tipo di considerazioni hanno fatto? Manca a tutt’oggi una storia dell’esegesi femminile.

Adriana Valerio, in "Mosaico di pace"

Commenti

  1. "Che tutti gli esseri umani trovino un sistema egualitario, per lo meno sul piano delle opportunità. Questo presuppone uguaglianza. La sola che può consentire alla differenza di non trasformarsi in discriminazione".
    (Mercedes Navarro Puerto)

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