Sul 16 luglio...

Ormai lo sappiamo, siamo abituati a celebrare solennemente il 16 luglio di ogni anno la festa della Madonna del Carmine; perlomeno chi è carmelitano, o comunque “vicino” alla spiritualità del Carmelo, sa che la figura di Maria è presente nell’Ordine fin dall’origine, quando un piccolo gruppo di eremiti decide di dimorare sul Monte Carmelo erigendo una piccola chiesetta dedicata alla Madonna. L’ideale voleva essere una vita vissuta a servizio di Cristo tenendo come riferimento evangelico Maria quale donna “orante”, modello di preghiera contemplativa.

Così, andando avanti nei secoli, incontriamo la riformatrice dell’Ordine Carmelitano, Teresa d’Avila (1515-1582). Per celebrare al meglio questa festa (che tende a trasformarsi in appuntamento annuale per la distribuzione degli scapolari), abbiamo bisogno di interpellare Teresa, donna del ‘500 che, profeticamente, ha aperto nuovi spazi e cercato nuove possibilità a favore dell’ideale della “donna orante”. Ci rifacciamo all’interessantissima riflessione di Ulrich Dobhan, Teresa d’Avila: sviluppo umano al di là della mistica soggettiva (in L. J. Gonzalez, Mistica carmelitana, ed. OCD), il quale parte dall’analisi dell’ambiente storico in cui nasce e si forma Teresa d’Avila: un contesto, cioè, di discriminazione ed emarginazione nei confronti delle donne, il cui ruolo consisteva esclusivamente nel partorire il maggior numero di figli, data l’elevata soglia di mortalità infantile. “Questo non è un residuo dell’islam nella Spagna, come spesso si dice, ma un’eredità della tradizione cristiana stessa. Si veda il seguente testo di san Girolamo (†420): ‘La conversazione dei chierici con le donne non sia permessa sotto nessun pretesto. Perché la donna è la porta per il diavolo, il cammino d’iniquità, la punta dello scorpione, genere pernicioso…’ “. E il nostro aggiunge a nota: “Siccome fu assunta nella Regula canonicorum di Aquisgrana (816), che servì da codice di condotta per i chierici medievali da Carlomagno in avanti, passò finalmente nella legislazione della Chiesa ed ebbe così un grande influsso”. I monaci di Cluny vengono, poi, considerati gli autori dell’antifemminismo in Spagna.

Sta di fatto che Teresa è cosciente delle forti limitazioni che il suo ambiente le impone e lotta contro tale insubordinazione della donna all’uomo. Entra in polemica con la mentalità del suo tempo che mal vede la donna che fa “orazione”, che, cioè, non si limita a ripetere vocalmente formule prestabilite, ma che aspira ad un legame intimo d’amicizia con l’uomo di Gesù di Nazaret. Teresa, cioè, entra nel dibattito antifemminista che guarda con sospetto la “donna orante”: “Chi può dire che fate male se, cominciando a recitare le Ore o il rosario, cominciate anche a pensare con chi state per parlare e chi siete voi che parlate, per vedere come dovete trattare con lui? Ora vi dico, sorelle, che, se la profonda riflessione richiesta da questi due punti si facesse come conviene, prima di cominciare l’orazione vocale, cioè le Ore e il rosario, avreste dedicato già molto tempo a quella mentale. Se qualcuno vi dicesse che ciò (l’orazione interiore) rappresenta un pericolo, ritenete lui stesso un pericolo e fuggitelo…” (Teresa d’Avila).

P. Dobhan acutamente sottolinea la preoccupazione della “società assolutista e mascolina” di fronte al “pericolo orazione”: “essendo l’orazione interiore lo sforzo della persona di considerare ‘chi è colui con il quale parlate e chi siete voi’, essa diventa un processo di coscientizzazione, cioè la donna orante man mano si rende conto della situazione in cui si trovava, e questa era una situazione d’emarginazione e oppressione”. Scoprire nel rapporto d’amicizia con Dio chi è colui con il quale si parla è smascherare il falso potere della società, riconoscendo un Dio Signore che accoglie chiunque: “posso trattare con lui come con un amico, benché sia il Signore; capisco, infatti, che egli non è come quelli che quaggiù stimiamo signori, i quali ripongono tutta la loro grandezza in un fittizio sfoggio di autorità” (Teresa d’Avila). Scoprire “chi si è”, conoscendosi come amici di Gesù, crea il presupposto per l’apertura di uno spazio di liberazione contro ogni forma di intromissione, restrizione o condizionamento umano: “il Carmelo di S. Teresa non è un Ordine di penitenza, né di espiazione, né di orazione vicaria…la clausura di santa Teresa è soprattutto un mezzo per creare questo spazio di libertà, dentro il quale lei e le sue monache possono organizzare la loro vita secondo i propri gusti, senza essere disturbate dagli uomini” (U. Dobhan). Teresa ha il coraggio di negare autorità ai superiori maschi dell’ordine: “Non dev’esserci, peraltro, nessun vicario che abbia la libertà di entrare e uscire a suo piacere dal monastero né che l’abbia alcun confessore: che essi provvedano a vigilare sul raccoglimento e il decoro della casa, sul profitto interiore ed esteriore delle monache, per riferire al superiore, qualora non sia in ordine, ma non facciano essi da superiori” ( Teresa d’Avila).

Ciò detto torniamo al 16 luglio. Cosa dire alle donne “devote” alla Madonna del Carmine?

Rifacendoci alle intuizioni di Dobhan auguriamo loro una duplice liberazione: da ogni pratica devozionale, da ogni sterile esercizio di pietà, da ogni forma di rituale preconfezionato a buon mercato in vendita nella bancarella del baratto con Dio; dalle interferenze dei rappresentanti di una organizzazione mascolina e maschilista che pone sul trono Pietro e mette Maria in una nicchia.



M. Concetta Bomba ocds


Commenti